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RICORDI DI PAESE

Sera.
Niente di appetitoso in frigo e neanche alla tele. Non mi sento in obbligo né di svuotare uno né di guardare l’ altro. Sul divano, rivista medica che sfoglio svogliatamente ed una mano che cerca Fidipu, e lo trova, in automatico. E’ rientrato dal suo giro e casualmente apposta è sul divano anche lui, credo che creda che abbia bisogno di accarezzarlo, ed in effetti è così. Cerco di concentrarmi sulla rivista, ma parte del cervello è collegata alla mano, che gioisce nel contatto col gatto e me ne racconta le forme, la morbidezza, l’ eleganza. Sento che mi sta guardando, non mi chiedo che cosa pensi di me, per oggi basta delusioni.

Che animale meraviglioso è il gatto, non basta una vita per capirlo. È fonte di eterno stupore. E’ come una fidanzata, sembra quasi che ti capisca quando parli.
Mi viene in mente un altro gatto. Facevo l’ università, abitavo in provincia e prendevo il bus per andare a Torino. Lo vedevo spesso in giro per il paese, camminare frettolosamente rasente ai muri o sdraiato e guardingo su qualche tetto. Era un gattaccio di campagna bianco e nero, brutto col senno di poi, ma a me sembrava bello. Non credo avesse un padrone, ma comunque aveva trovato il modo di sopravvivere. Si sposa un mio amico. In chiesa sembra di essere allo stadio, i parenti di lui da una parte, i parenti di lei dall’ altra, che si guardano in cagnesco pensando “Guarda con che razza di gente mi devo imparentare”…le due curve. Gli sposi, i capitani delle squadre, a centrocampo col prete arbitro, a scambiarsi i gagliardetti, pardon, gli anelli. Ci sono persino gli ultrà coi fumogeni, i chierichetti con gli incensieri. E noi amici rigorosamente schierati al fondo della chiesa, presenti alla messa per obbligo ed impermeabili a qualsivoglia suggestione religiosa, in paziente attesa della fine della funzione. E lo vedo. Il gatto. Fare capolino in chiesa. Rimane sulla soglia, sconcertato da tanta umanità, per un attimo. E si dilegua.
Strano, ho pensato. Il proverbio parla di “come un cane in chiesa”, ma nulla dice sul gatto.
Passa il tempo, scandito dagli esami universitari. Il profumo del fieno ha lasciato il posto a nebbia e sciarpa. Muore un vicino di casa, a veneranda età. Vestito buono, invernale, e presenza al funerale.
E riecco il gatto.
Ho cominciato a farci caso, interrogando spesso mia nonna, appassionata di vespri e benedizioni, ed anche lei ha cominciato a farci caso. Non sempre, ma spesso, il gatto era presente. Si vede che snobbava le funzioni minori. Per strada era un’ ombra furtiva, sui muretti era una presenza inquietante, ma in chiesa era assolutamente compito, anche se si tratteneva poco. Ne parlo al bar, e nasce la leggenda, nei paesi, poveri di argomenti, si fa in fretta. C’era da capire se portava bene o male. Il gatto nero porta male, per la proprietà transitiva quello bianco porta bene, ma…quello bianco e nero…che porta ?A votazione abbiamo deciso portasse bene, supportando questa tesi col fatto che fosse più bianco che nero, cosa assolutamente falsa ma che stava bene a tutti.
Si trattava di battezzarlo.
Che nome? I più volevano chiamarlo Juve in virtù dei colori, ma siccome un sacco di avventori erano del toro, non si è mai raggiunto un accordo. Chi millantava di averlo accarezzato, chi diceva che da piccolo era di suo zio…e la sera al bar passava. Frequentavamo poco i funerali, a parte quelli dei parenti o, come già detto, vicini di casa, ma ai matrimoni, l’ età era più o meno quella, c’ eravamo sempre. Ed anche il gatto, accolto al suo ingresso da un coro di grida entusiaste. Il parroco tollerante. Ed un matrimonio col gatto meritava ovviamente un brindisi aggiuntivo. Passano gli anni, ma ce se ne accorge solo dal caffè aumentato e dalle canzoni nel juke box. 500 lire per un caffè è troppo! Chissà dove andremo a finire! Qualche beghina, le balaustra girls, è morta, ma le new entry promettono bene. Sempre a commentare i manifesti mortuari con aria contrita. Ma il fatto che fossero affissi accanto ad uno spazio pubblicitario aveva valso ai manifesti l’ appellativo di ”pùblicità dij mort”. Umorismo di paese.

Poi, non si sa bene quando o da quando, non si vede più il gatto. Né in giro, né in chiesa. Fine dei matrimoni col gatto. Abbiamo provato a portarli da casa, pur di giustificare il brindisi aggiuntivo, ma non era la stessa cosa, ci sapeva di forzatura. Chi lo aveva visto una notte rincasando, chi lo aveva visto sulla strada per Carmagnola, chi…ma forse non era lui. Al bar, a votazione, abbiamo deciso che si fosse allontanato per morire in pace, ed abbiamo brindato. E poi a convincere i tifosi del toro, ed io che studiavo veterinaria ero la voce in capitolo, che non esistono gatti granata.

Allontanato per morire. Chissà perché i gatti lo fanno. Forse per morire lontano dalla pietà che non tollerano, forse per malintesa dignità, forse per non far soffrire chi sta loro vicino…chi lo sa?

Anche io non tollero gente intorno quando sto male, od anche solo quando sono giù di morale, cioè quasi sempre. Sono convinto che leccarmi le ferite da solo velocizzi la guarigione, e poi non voglio preoccupare  chi mi sta intorno, secondo me già carichi di problemi per conto loro. Mrs House si sente esclusa e dice che sono presuntuoso.
Mi piace, un difetto in più che non sapevo di avere.

Alex Giordana