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PICCOLI VETERINARI CRESCONO (parte 1)

Allora siamo d’ accordo, vitto, alloggio e trentamila lire al giorno. Buon lavoro, io torno tra due settimane”.
Incredibile. Mi sono laureato 10 giorni fa, ed ecco la prima sostituzione.
Oddio, trentamila lire sono pochine, ma si sa, la gavetta è dura.
Agosto nel profondo cuneese. Il mio paese è uno dei tre dove si distilla la menta per tutto il mondo, credo. Profumo di menta ovunque. Gli alambicchi sbuffano giorno e notte. E la preziosa essenza viene raccolta in damigiane, vendute più o meno al costo di una BMW l’una.
Ma soprattutto si fa il classico scherzo crudele a chi arriva da Torino, ai cittadini. Gli si offre un bicchiere d’ acqua fresca, e davanti a lui, si intinge la coda di un fiammifero nell’essenza, si mescola scrupolosamente ed a lungo, e si offre con un sorriso. L’ assetato accetta, ringrazia, e ingoia. E si ustiona, tra gli sghignazzi degli astanti. Perché l’ essenza è oleosa, hai voglia a girare…l’olio galleggia sempre, quindi la prima sorsata è essenza pura. Per renderla solubile in acqua va trattata con l’ alcol e lo zucchero, e si ottiene la menta che tutti conosciamo. Anzi, no, è trasparente, il verde lo da la clorofilla. Ovviamente ci sono cascato anche io, appena arrivato da Torino.
Ho una fiala, quelle dei campioncini di profumi, di menta nel vano oggetti del 112. Metti che rimorchi qualcuna, mi sono detto, la macchina fa schifo, ma il profumo di menta, se ne metto una ditata sul cruscotto, la rende accettabile, spero.
Già allora mi girava bene, la fiala era intoccata dall’anno precedente.

Vado. Sono solo una trentina di kilometri, penso poco alla logistica, mal che vada faccio un salto a casa. La borsa visita sul sedile anteriore, con dentro quattro ferri costosissimi, regalo di laurea, una valigia col vestiario, ed un’altra pesantissima piena di libri di veterinaria. Non mi sentivo proprio sicurissimo, va detto.
Caldo.
La macchina solleva terra e polvere. Trovare la casa in una frazione di un paesino mi aveva esaurito. Il mangiacassette aveva tentato di farmi compagnia. Ve le ricordate le cassette ? Io usavo le basf da 120, costavano appena più delle 60 e duravano il doppio. Per forza costavano poco, il nastro era spesso la metà. Avevo registrato musica direttamente col microfono dalla radio, vi lascio immaginare la qualità dell’ incisione. Ma…con quel caldo extra porco, il mangiacassette sul cruscotto in pieno sole…il nastro si era smollato ed il motorino non ce la faceva a tirarlo. Urla strazianti uscivano dagli altoparlanti, tipo coristi gregoriani con le coliche.

Arrivo ad una casa colonica, cioè cascina. Avevo dovuto spiegare a mezzo paese che ero il veterinario sostituto per avere in cambio le indicazioni. Per tutta l’aia la macchina era stata seguita da cagnetti allarmatissimi ed abbaianti. Un classico. Poi quando la macchina si ferma, perdono di colpo interesse. Dio, che caldo.
Da grande voglio una macchina con l’ aria condizionata. E con un mangiacassette figo.
Girato a destra, afferro la borsa dei ferri, mi giro a sinistra verso la portiera per aprirla e…mi pietrifico. Un cane, forse un cavallo, forse un dinosauro…con gli occhi alla stessa altezza dei miei. Tra me e lui, solo il vetro, che mai mi era sembrato fragile come in quel momento.
E mò?
Apro e scendo, rischiando spavaldamente la vita?
Sto dentro e suono? Qualcuno verrà pure fuori da sta cappero di casa!
Già mi immaginavo le risate al bar del paese, il veterinario nuovo è stato sbranato da un cane appena arrivato.
Esce un vecchietto, piccolo, magro, canuto, mal rasato. La sua non è pelle, è cuoio. Braghe informi e camicia bianchissima. Ed un toscano spento all’angolo della bocca. Si avvicina, simula una pedata ed il t-rex batte in ritirata.
Cerea Dutur!”.
Buo…buonasera”.
Avrà mica paura dei cani?”.
Dio santo, di questo si!” si trasforma in “Ma si figuri…sapesse quanti ne ho visti!”.
Alè…prima balla.
Entriamo in casa. Allora Dio esiste! Una frescura dolcissima, una penombra confortante.
I muri spessi adesso non li fanno più”.
Lui è Gaspare, il vecchietto, che poi a guardarlo da vicino, tanto vecchietto non era. Mi fa accomodare in cucina. In quella cucina ci starebbero sicuramente 3 monolocali moderni. Il tavolo è in noce, la stufa è enorme, il pavimento di mattoni, come il soffitto a volta. Rifiuto cortesemente il vino, sono astemio, e tracanno svariati bicchieri d’ acqua.
E’ del nostro pozzo” asserisce con orgoglio Gaspare. In effetti molto buona.
Vorrei vedere l’ ambulatorio, per posare l’ attrezzatura, poi farmi una doccia e cenare. Saprebbe indicarmi una piola, un’osteria?”.
Gaspare ride, ma di cuore, e la cosa mi mette a disagio. “Ma qui non c’ è l’ ambulatorio. La gente viene qui e cerca il veterinario, è più semplice. Lei mangerà qui, cucina mia moglie Agnese, adesso l’accompagno in camera, al piano di sopra“.
La camera era attigua a quella dei coniugi, ed anche il bagno era unico. E non c’era la doccia, ma una vasca di quelle da starci seduto, vecchia ed un po’ scrostata. Mi denudo e mi siedo. Peggio di un go kart, le ginocchia sono più alte delle orecchie. Apro l’ acqua. Gelata, ed avevo aperto solo quella calda! Passo da morire di caldo a morire di freddo.
La camera, a parte un minuscolo armadio ed un paio di sedie scompagnate, stava tutta nel letto. Quei letti altissimi di una volta, ma alto eh ? Per salirci sopra dovevi saltare alla Fosbury.
Scendo a cena e conosco Agnese, grossa come me e Gaspare insieme, non una ruga a cercarla. Minestrone, insalata e uova sode, pesche. Assaggio persino il dolcetto, nel senso di vino.
E’ molto gentile, quasi sussiegosa, davanti ad un dottore, uno di Torino. Mi trovo bene, non so perché.
Il cibo ha un sapore esaltato. Gaspare mi spiega che sarà lui a guidarmi nelle varie visite, se no ora che imparo dove sono i vari clienti, la sostituzione è finita. Il lavello di marmo è ingombro di stoviglie, ho appena imparato da Gaspare a mangiare le pesche col pane. Poi l’ ultimo spicchio di pesca si mette nel bicchiere e si copre di vino.
Sangria!
, ma non lo dico.
E così per svariate pesche a testa. Usciamo in cortile, io e Gaspare. Sono le otto di sera ed abbiamo già finito di mangiare, che cosa strana. Accendo una sigaretta e me la godo, dichiarandomi ufficialmente ubriaco causa pesche.
Qualcosa mi tocca sotto l’ ascella…il t-rex. Scoppio a ridere e lo accarezzo. Sembra non capire. Gaspare gli lancia un tozzo di pane secco, che afferra e scappa a mangiare in santa pace. Questo lo capisce. Dovevo telefonare ai miei, volevo fare un salto al bar per una coca con ghiaccio, dovrei ripassare…uhm…cinque anni di università…direi ad occhio. Ma non ho voglia. Saluto i miei ospiti e malfermo vado in camera.
Il Fosbury viene malissimo e prendo una panzata, ma non importa.
Poi qualcuno spegne il mondo.

 

Continua…

Alex Giordana