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PICCOLI VETERINARI CRESCONO (parte 2)

Bellissima. Una enorme chioma di capelli corvini, occhi scuri come la notte e labbra carnose e rosse. Vicine, molto vicine. La donna più bella che abbia mai visto. E mi bacia delicatamente il volto. Sto fermo e me la godo. Le sue labbra umide regalano baci delicatissimi alla mia guancia, al mio naso, mentre i capelli mi solleticano la fronte. Il suo alito caldo mi accarezza. Anche se…pare che la signora abbia mangiato bambini morti con le scarpe da ginnastica. Mi scosto e decido di aprire gli occhi, valutando nel frattempo attività che impongano una debita distanza dal suo alito.
Il T-rex! Mi ritorna tutto in un attimo, soprattutto le pesche col vino. Tabui è contento e scodinzola, io meno e non scodinzolo. Scende le scale, ad indicarmi la strada, credo.
Mi lavo la faccia, credo abbiano una tubatura che venga giù direttamente dal Monviso, tanto è fredda. Mi vesto. Jeans da fighetto e Lacoste, ma soprattutto…il camice! Per anni ho sognato di metterlo, un medico col camice è sicuramente più bravo di uno senza.
In cucina Gaspare sta affettando il pane.
Cerea dutùr”.
La mia colazione abituale era cappuccio e brioche, capite anche voi che passare a pane e lardo un po’ destabilizza. Ma buono, ci stava bene. E poi il caffè di Agnese. Un caffè veramente ma veramente…cattivo, ma non ho mai avuto il cuore di dirglielo. Se guardavi nella tazza vedevi se c’era lo zucchero o meno.
Oggi tubercolina, è lunedì” sentenzia Gaspare.
Ok, una iniezione intracutanea alle mucche, ce la posso fare. Il 112 lascia la cascina, accompagnato fino al cancello dai cagnetti abbaianti, Gaspare si gode la passeggiata di mattino presto. Arriviamo alla stalla. Armeggio con la siringa metallica, chiaramente poco pratico. La mia vocazione erano gli animali da compagnia, ma non è che uno può scegliere sempre…giusto?
Il camice” suggerisce Gaspare. Giusto, l’immagine innanzitutto.
Il fattore saluta calorosamente Gaspare, a me riserva un cenno con la testa e mi indica la stalla.
Mucche, tante mucche. Tutte vicine, accalcate, i musi placidamente affondati nella mangiatoia. Comincio, la prima è facile, ma le altre…non c’è fisicamente lo spazio per infilarsi tra una e l’ altra. Avete mai provato a spostare una mucca?
Io si, senza successo.
Dio santo che caldo, che umidità, che puzza di letame. Mi protendo verso le scapole per iniettare, mi appoggio ad una mucca, provo a spingerne un’ altra…sono tutto sudato.
Oddio, le sabbie mobili! NO….cavolo…ne ho pestata una…ci sono dentro fino alle caviglie! E con le Timberland!
Maledette mucche. Lo sapete che le mucche scodinzolano ? Solo che le code, ecco, non sono pulitissime. Dopo un’eternità, direi mezz’ora, esco. Scudisciate di code smerdate segnano tutto il camice, le Timberland non ne parliamo. Non era così che mi immaginavo quando mi sono iscritto all’Università. Mi levo il camice tristissimo ed entro in casa, ci sono da compilare i moduli. Il padrone di casa estrae bicchierini di vetro verde tutti bordati in modo orribile e barocco di finto oro, deve essere il servizio buono.
No grazie, sono astemio” anticipo io.
Dottore, se non beve mi offendo”. Guardo allarmato Gaspare, che annuisce.
Va bene, bevo. Genzianella. Alle 9 di mattina. Altre tre stalle e, nell’ordine: Petrus, Jagermeister, Braulio.
Torniamo in cascina, ho convenuto con Gaspare sull’utilità di stivali di gomma. Non è neanche mezzogiorno. Mi lavo scrupolosamente e mi siedo sul letto per vestirmi. E di nuovo qualcuno spegne il mondo.
Ma prima di perdere conoscenza, sento Gaspare dire, probabilmente a chi mi stava cercando, “El dutùr a l’è ciùc”.

Il sole mi dice che è pomeriggio inoltrato.
Dura la vita per un astemio, se fa il veterinario. Arriva un’auto, ne scende un individuo grassoccio e rubizzo, che afferra per la collottola un cagnetto e lo fa scendere dalla macchina in malo modo. Si avvicina e, senza salutare mi dice: “A marca nèn le trifule”.
Non trova i tartufi, capisco il dramma, i tartufi sono tanti bei soldi. Il cagnetto è un bastardino doc, oltremodo mansueto, molto magro. Lo visito. Più o meno a posto, a parte escoriazioni sulla schiena.
E’ sottonutrito ed ha avuto dei traumi di recente” sentenzio.
Il mangiare glielo do se se lo merita, se trova i tartufi, che nascondo. E se non li trova lo prendo a cinghiate…si fa così coi cani da tartufo”.
Già questo qui mi sta sulle balle.
Ma perché il cane non trova i tartufi ? Servirebbe una rinoscopia, ma non ho il rinoscopio.
Il dottor Cerutti aveva una crema da mettere sotto il naso per aumentare l’ olfatto” mi suggerisce infastidito.
Mai sentito di una crema del genere, ma non confesso la mia ignoranza. Provo a lavare le narici con fisiologica, sperando che la pressione della siringa lavi anche i turbinati. Scettico della mia manovra, l’odioso afferra il cane, risale in macchina e se ne va.
A cena decantavo ad Agnese quanta gente conoscesse Gaspare, e le ho chiesto se fosse vero l’episodio che mi avevano raccontato, alla cascina del Braulio, credo. Poco sopra il paesino c’è un piccolo santuario dedicato alla Madonna, ed un prete novizio, da poco in forza alla parrocchia locale, voleva visitarlo. Inforca la bici e pedala, non troppo certo della direzione. Per strada incontra Gaspare e, sempre pedalando, gli chiede: “Vado bene per la Madonna?”.
Dio bono, sembri Bartali!” è stata la risposta.
Lei annuisce, era vero.
Poi si parla di me. Sono in imbarazzo, sono stato molto all’estero, ma a confessarlo mi sembra di millantare. Confesso che vorrei dedicarmi agli animali da compagnia, gatti soprattutto. Vedo Agnese e Gaspare scambiarsi un’ occhiata perplessa ed incredula. Poi lei mi sorride, lo stesso sorriso che una madre riserverebbe ad un figlio che ha appena confessato di essere gay, poverino, non è colpa sua, è nato così.
E sapete una cosa? Finire la serata con una sigaretta, nel buio della sera, sotto i tralci di una vite, con un tot di cagnetti che gironzolano intorno…non è male.
Stasera il Fosbury viene benissimo, non faccio neanche finta di prendere un libro, e la tele non mi manca.

Pane, salame e caffè trasparente.
A sun rivà i bucin”. Sono arrivati i vitelli. Un allevatore, come molti nella zona, comprava vitelli da ingrasso, per farne fassoni piemontesi, carne prelibata. E la visita del veterinario serviva a rassicurarlo che stessero tutti bene e che sarebbero cresciuti sani, forti e rapidamente. In macchina sono nervoso, non so una beata mazza di mucche & co. IO VOLEVO FARE CANI E GATTI!
Il recinto è pieno di vitelli, il recinto accanto vuoto, destinato ad accogliere quelli che riterrò degni. Ho gli stivali di gomma, le timberland le ho buttate, solo che sono 43-44, io porto il 45. Panico. L’ allevatore sta mettendo le sue fortune nelle mani di un incapace, cioè io. Entro nel recinto. A me sembrano tutti uguali.
Guardo Gaspare disperato. “Gaspare…io non capisco nulla di vitelli” confesso afflitto.
Annuisce. E’ di ben poco conforto. Socchiudo il secondo recinto, mi avvicino ad un vitello, e guardo Gaspare, in cerca di un aiutino dal pubblico. La faccia di cuoio è impassibile. Faccio passare il primo vitello, mi avvicino al secondo, con lo stesso intento. Non so cosa valutare, mi sembrano tutti alti uguali, grossi uguali, fatti uguali.
Testa veja” sussurra Gaspare. Testa vecchia.
Mi illumino! I vitelli malaticci, che crescono poco e male, vengono riciclati nelle figliate successive. Sono alti e grossi uguali, ma solo perché sono più vecchi, e la cosa è tradita dall’aspetto del muso, meno da cucciolo.
In dieci minuti avevo finito, scartandone 4 o 5, fraudolentemente infilati dentro, e senza più guardare Gaspare! In macchina avrei voluto ringraziarlo, ma non credo ci tenesse più di tanto. Ed al rientro, la soddisfazione di togliermi gli stivali ha dominato la serata. Ho preso l’ abitudine di prendere un tozzo di pane secco dal sacco e di tirarlo a Tabui (in piemontese significa bastardo, cane da cascina).

Il pomeriggio DEVO andare a caccia con un vicino di cascina. Io odio la caccia, per ovvi motivi. Macchina con tre segugi sopra, proprietario affabile e si va, ad una decina di kilometri. I cani scendono dalla macchina festosi ed iperattivi, e si sparpagliano per la campagna, io ed il cacciatore seguiamo il viottolo. Ma…manca una cosa…i fucili. Chiedo. Mi spiega che sono vent’anni che paga regolarmente il permesso di caccia ed il porto d’armi, ma che il fucile neanche ce l’ha. Non gli piace sparare, gli piace passeggiare in campagna coi cani e vederli annusare ogni sorta di selvaggina, ma che se lo fa senza essere un cacciatore gli fanno storie, se è un cacciatore va tutto bene. Capisco.

I giorni si susseguono pigri, ricchi di esperienza, gente solida e senza fronzoli. Ho fatto un figurone col parto di una cagna pointer da caccia. In effetti ha fatto tutto lei, io ho solo estratto titubante il primo cucciolo, gli altri sono usciti a nastro.
Non ricordo più cappuccio, brioche, coca cola.
Ho telefonato un paio di volte ai miei, ben lungi dall’essere preoccupati o dal sentire la mia mancanza. Tutto il caldo preso durante il giorno svaniva dolcemente sotto la vite la sera. Ero più abbronzato di quando trascorrevo le ferie a Laigueglia. Avrebbe dovuto esserci la festa del santo patrono, ma siccome d’estate avevano tutti da fare, la festa è stata spostata ad ottobre, con buona pace del santo.
Belle le langhe, mi sto affezionando. Non avrei mai creduto che la terra avesse un profumo.
Il pomeriggio pigro sotto la vite viene rovinato dall’odioso. Proprio il mio ultimo giorno di sostituzione. Il cane è messo male, piaghe e lividi.
A marca nen le trifule”.
Fa caldo. Sollevo il cane tremante e lo sedo. Poi mi dedico a pulirgli le ferite ed a suturare le più aperte. Lo odio.
Si sposti, mi da fastidio” gli dico rudemente, col solo intento di farlo stare al sole.
Una ventina di minuti ed ho finito. Io ed il cane sotto la vite, lui al sole.
Fa caldo, vero?” chiedo sbadatamente. Lui annuisce, sudato, grasso e rubizzo.
Il cane si sta riprendendo.
Venga, le offro da bere” gli dico con aria conciliante. Un bel bicchierone di acqua fresca del pozzo di Gaspare…e tutta la fialetta di menta. E mescolo, mescolo, mescolo. E porgo con un sorriso.